Carbon tax: il prezzo da pagare per salvare il pianeta

di Beatrice Bonini

Le questioni del riscaldamento globale e del cambiamento climatico sono al centro del dibattito pubblico e politico odierno. Gli economisti hanno proposto l’utilizzo di una carbon tax, ossia di una tassa sui prodotti il cui consumo comporta emissione di anidride carbonica, come strumento potente ed efficace per limitare le emissioni di gas serra. Ci sono due principali metodi per quantificare il valore ottimale della carbon tax: il primo stima quali sarebbero i costi dell’energia se questi riflettessero a pieno le esternalità ambientali e sociali generate dal loro consumo, mentre il secondo calcola il prezzo da imporre su una tonnellata di CO2 coerente con gli Accordi di Parigi. Tutti gli studi effettuati utilizzando entrambe le metodologie, concludono che il livello attuale di tassazione sui prodotti inquinanti è estremamente basso e che non rispecchia in maniera adeguata il danno ambientale e sociale che questi beni comportano. L’introduzione di una carbon tax, secondo queste analisi, genererebbe un importante dividendo fiscale che potrebbe essere sfruttato per perseguire altri obiettivi a sostegno non solo dell’ambiente, ma anche della salute e del lavoro.

Pochi giorni fa, durante i meeting annuali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Washington, il ministro Gualtieri ha aderito alla partecipazione dell’Italia alla “Carbon Pricing Leadership Coalition”, un’iniziativa volontaria che unisce vari paesi e società partner per affrontare i temi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Tra i gas serra (greenhouse gases – GHG), il principale responsabile di questi fenomeni è l’anidride carbonica (o diossido di carbonio o CO2). A oggi, le emissioni di CO2 derivanti da combustione di carburante superano i 30 miliardi di tonnellate metriche all’anno e, allo stato attuale, sono previste triplicare entro il 2100 a causa del maggior consumo energetico (soprattutto nei paesi in via di sviluppo, che attualmente contano per i tre quinti delle emissioni totali). Senza nuove norme e vincoli, l’aumento atteso della temperatura rispetto al livello pre-industriale è pari a 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Gli Accordi di Parigi, firmati nel dicembre 2015, hanno l’ambizione di arrivare a un massimo di 2 gradi. Ma quali sono gli strumenti per raggiungere questo obiettivo?

Carbon tax: due metodologie a confronto

Un importante strumento per ridurre le emissioni è la carbon tax, cioè una tassa sui prodotti il cui consumo comporta emissioni di CO2, proporzionale all’entità delle emissioni stesse. Si tratta di una classica tassa “pigouviana”, ossia di una tassa che colpisce le esternalità causate da una determinata attività economica. La tassa fornisce incentivi trasversali per lo spostamento verso tecnologie e attività più pulite a causa dell’aumento di prezzo e del relativo calo nel consumo di beni/servizi inquinanti. In questa nota ci focalizzeremo su questo strumento. In particolare, ci chiediamo: qual è la tassa appropriata sui combustibili contenenti CO2? E quanto la tassazione vigente si discosta da questa tassa? Ci sono due principali approcci che la letteratura ha sviluppato per calcolare la tassazione appropriata. Il primo è il cosiddetto efficient pricing, ossia l’approccio che stima quali dovrebbero essere i costi dell’energia se questi fossero efficienti, ossia se questi riflettessero pienamente il danno ambientale e sociale generato dal loro consumo. Questa è, in senso stretto, la tassa pigouviana legata alle esternalità collegate al consumo di CO2. Il secondo approccio è più pratico: calcola il prezzo da imporre su una tonnellata di CO2 coerente con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, cioè l’aumento delle temperature di soli 2 gradi Celsius.

Il metodo dell’efficient pricing

Un lavoro del Fondo Monetario Internazionale (“Getting Energy Prices Right: From Principle to Practice”) utilizza metodologie statistiche e strumenti econometrici per quantificare la tassazione ottimale in base alle esternalità causate dai combustibili fossili in 156 paesi, col fine di disegnare una tassa efficiente. Lo studio prende in considerazione tre esternalità:

Danno climatico relativo all’emissione di CO2;
Altro inquinamento atmosferico relativo alle emissioni;
Congestione, incidenti, danni al manto stradale attribuibili ai veicoli a motore.
Tenendo conto di queste esternalità, gli autori arrivano a una valutazione delle tasse correttive che sarebbero da applicare su una serie di combustibili. I risultati suggeriscono che imponendo tasse efficienti sull’energia, globalmente, si ridurrebbero le emissioni di CO2 del 23 per cento e le morti per aria inquinata del 63 per cento. Inoltre, si otterrebbe un dividendo fiscale pari a 2,6 per cento del Pil mondiale, che potrebbe essere utilizzato, per esempio, per ridurre altre tasse.

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