La governance del Recovery Plan in Italia e negli altri Paesi europei

La bozza di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvata dal governo Conte 2 a gennaio e inviata alla Commissione Europea, non contiene alcuna indicazione circa la gestione e il monitoraggio del piano. Questo problema riflette la mancanza di accordo sulla proposta di governance contenuta nella bozza di PNRR circolata a dicembre che proponeva una grande struttura “parallela” ai Ministeri, con poteri sia di coordinamento che di gestione. Questa avrebbe avuto al vertice un Comitato Esecutivo, composto dal Presidente del Consiglio, Ministro dell’Economia e Ministro dello Sviluppo Economico (allora Conte, Gualtieri e Patuanelli). Essa si sarebbe quindi servita di sei “commissari” più un numero elevato di funzionari ed esperti, assegnati a missioni e progetti specifici. Se necessario, avrebbe anche potuto utilizzare poteri sostitutivi rispetto ai Ministri eventualmente competenti in materia.

Nel suo discorso al Parlamento, il nuovo Presidente del Consiglio Draghi ha invece dichiarato che la governance del PNRR sarà “incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore”. In altre parole, sembra che il nuovo governo sia disposto a ritagliare un ruolo molto più ampio per i Ministeri.

La decisione del modello di governance per il Recovery Plan è, ad oggi, uno dei principali problemi che il governo dovrà affrontare, perché i PNRR nazionali saranno valutati dalla Commissione Europea anche in base alla credibilità della loro governance. Visto che l’Italia è tra i maggiori beneficiari del programma Next Generation EU, una struttura gestionale che garantisca una buona e tempestiva attuazione del piano è particolarmente importante. Infatti, al crescere delle risorse disponibili aumenta anche la complessità della loro gestione.

Quale è la situazione negli altri Paesi europei?

I piani finora presentati includono solitamente proposte puntuali per la loro governance.  Analizziamo i piani proposti da Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Bulgaria.

Nessuno di questi 6 paesi ha optato per una struttura al contempo tanto centralizzata e sostitutiva rispetto ai Ministeri come quella proposta dal governo italiano a dicembre. Tuttavia, le scelte sono eterogenee, sia in termini di accentramento che di coinvolgimento dei Ministeri.

Alcuni Paesi hanno istituito Commissioni ad hoc vicine al Primo Ministro, pur mantenendo un ruolo per i Ministeri (Francia, Spagna, Portogallo). Altri hanno preferito appoggiarsi solo sugli enti esistenti, ovvero proprio i Ministeri, senza creare nuove strutture (Germania, Grecia, Bulgaria). In generale, sembrerebbe che i Paesi con piani più consistenti e quindi più complessi (Francia e Spagna) si siano dotati di nuove entità presiedute, direttamente o indirettamente tramite nomine, dal Primo Ministro/Presidente.
Nessuno dei Paesi considerati ha comunque dato alle eventuali commissioni ad hoc poteri sostitutivi rispetto a quelli dei Ministeri competenti. Le funzioni svolte da queste nuove entità, infatti, sono principalmente di impulso, coordinamento e supporto al lavoro svolto da essi. Queste commissioni specifiche sono comunque di dimensioni ridotte, somigliando di più a piccoli gruppi di lavoro che a grandi organizzazioni con ampie responsabilità.

Per quanto riguarda l’Italia, sono quindi possibili due approcci generali: appoggiarsi completamente ai Ministeri o creare anche delle piccole unità operative con il compito di dare impulso e coordinare i lavori. La seconda opzione sembrerebbe più adatta alla situazione italiana, vista l’entità delle risorse da gestire e la difficoltà di lunga data nell’effettuare investimenti pubblici anche in condizioni normali.

 

 

Fonte: Osservatorio CPI

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