Putin, la guerra in Iran e il futuro energetico dell’Europa

Le recenti dichiarazioni del presidente Vladimir Putin sulla possibilità di interrompere le forniture di gas russo all’Europa arrivano nel momento forse più delicato per la sicurezza energetica europea degli ultimi anni. La combinazione tra il conflitto in Iran, l’insicurezza delle rotte nel Golfo e il percorso europeo di affrancamento dal gas di Mosca configura un passaggio che può ridefinire in profondità la geografia energetica del continente.
Da un lato, la Russia segnala di essere pronta ad anticipare l’uscita dal mercato europeo, oggi già ridotta a una quota attorno al 13 per cento delle importazioni di gas dell’UE, e di voler concentrare i propri flussi verso mercati “più promettenti”, soprattutto in Asia. Dall’altro, l’Unione ha appena approvato il regime che porterà al divieto totale di importazioni di gas russo entro il 2027, dopo aver fortemente ridotto la dipendenza energetica da Mosca in seguito all’invasione dell’Ucraina.

La novità dirimente è però il contesto mediorientale. La guerra in Iran ha colpito il cuore delle infrastrutture energetiche del Golfo e ha reso di fatto insicuro lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota rilevantissima dei flussi mondiali di petrolio e soprattutto di gas naturale liquefatto. Il temporaneo arresto delle esportazioni di LNG da parte del Qatar, che da solo vale circa un quinto della capacità globale, ha ridotto in modo drastico il margine di manovra su cui l’Europa aveva costruito la propria strategia di sostituzione del gas russo dopo il 2022.
In questo quadro già teso, la prospettiva di un ritiro unilaterale della Russia dal mercato europeo amplifica le tensioni. I future sul TTF hanno già registrato rialzi a doppia cifra nelle ultime settimane, segnalando le aspettative di scarsità e di premio di rischio legato alle rotte mediorientali. Una chiusura improvvisa dei rubinetti russi, sommandosi alla contrazione dell’offerta dal Golfo, potrebbe tradursi in nuovi picchi di prezzo, pressione sui settori industriali energivori e un ulteriore impulso inflazionistico in un’economia europea che non ha ancora pienamente assorbito gli shock precedenti.

Vi è tuttavia anche una dimensione strutturale. La crisi attuale conferma che la semplice sostituzione di una dipendenza (dal gas russo) con un’altra (dal LNG mediorientale) non è sufficiente a garantire resilienza nel lungo periodo. La combinazione fra guerra in Iran e minaccia energetica russa rende urgente accelerare tre direttrici già presenti nelle politiche europee ma finora attuate con intensità disomogenea.
– diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento, con particolare attenzione a Norvegia, Nord Africa e Stati Uniti
– sviluppo massiccio delle rinnovabili e delle infrastrutture di rete, per ridurre la centralità del gas nel mix energetico
– investimenti stabili in efficienza energetica e tecnologie di risparmio nei settori industriali e civili.

Per l’Europa questo passaggio può rappresentare al tempo stesso un rischio e un’opportunità. Rischio, perché un eventuale combinato disposto fra interruzione russa e crisi mediorientale potrebbe riaprire scenari di razionamento selettivo e di perdita di competitività per alcuni comparti produttivi. Opportunità, perché la consapevolezza della vulnerabilità attuale può rafforzare la volontà politica di compiere quel salto di qualità nelle politiche energetiche e industriali che la transizione verde richiede, rendendo meno esposta l’Unione a forme di pressione geopolitica fondate sulle forniture di gas.
Il Centro Studi Europeo intende continuare a seguire con attenzione questa evoluzione, contribuendo al dibattito pubblico con analisi, dati e proposte sulle politiche energetiche e sulle loro ricadute per il progetto di integrazione europea.

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